Oltre il Campo: Visione e Identità

Il rumore del pallone sul parquet, il cronometro che scorre, le indicazioni che superano il tifo dagli spalti. Ma cosa c’è dietro il lavoro quotidiano in palestra? A metà di questa intensa stagione, abbiamo deciso di fermarci un istante con i protagonisti della nostra area tecnica. Non per una semplice presentazione, ma per capire la filosofia che anima il San Nilo Basket Grottaferrata. Abbiamo rivolto due domande chiave ai nostri coach: per scoprire che, oltre la tattica, batte un cuore mosso da valori condivisi e da un unico, grande obiettivo: la crescita dei nostri ragazzi.

LUIGI ZERBIN - ALLENATORE UNDER 19 / UNDER 13

Qual è la frase che scriveresti sulla porta dello spogliatoio e perché?

La frase che sceglierei è: ‘Il tempo è prezioso: non sprecarlo, ma vivilo intensamente’.

Il senso è quello di stimolare i ragazzi e le ragazze a dare valore a ogni impegno, imparando a porsi degli obiettivi quotidiani con la massima dedizione.

Vivere il tempo con intensità significa affrontare le sfide con serietà, ma senza mai dimenticare la serenità e il divertimento: sono questi gli ingredienti che rendono il percorso sportivo davvero formativo.

Qual è la sfida più difficile che hai affrontato da quando siedi in panchina?

La sfida più difficile, ma al contempo la più entusiasmante, è stata allenare per quattro anni un gruppo di ragazzi nello spettro autistico.

È stata un’esperienza straordinaria che è andata ben oltre l’aspetto puramente tecnico: un percorso che mi ha arricchito profondamente, sia come uomo che come allenatore.

Spesso si pensa che sia il coach a dover insegnare qualcosa ai propri atleti, ma in questo caso oggi sono io a dover dire grazie a loro per tutto ciò che mi hanno trasmesso.

È stata, senza dubbio, l’esperienza più bella del mio percorso in panchina.

ALESSANDRO REALI - ALLENATORE UNDER 17

Cosa fai per far sentire importante anche chi parte dalla panchina?

Nel mio delicato ruolo di allenatore del settore giovanile, specialmente in un’età in cui i ragazzi iniziano a definire la propria personalità e identità sportiva, l’intento primario è rendere ognuno di loro importante nel contesto gruppo/squadra.

Sfrutto ogni istante, tra allenamenti e partite, per coinvolgere tutti; in gara lo faccio seguendo un criterio meritocratico, ma senza mai far percepire distinzioni tra giocatori di prima o di seconda fascia.

Anche fuori dal campo cerco di trovare la chiave giusta per entrare nel loro cuore, creando fiducia ed empatia.

Voglio convincere ogni atleta che tutti, nessuno escluso, possono essere protagonisti della stagione, NON per un successo personale ma per un obiettivo di gruppo: un’unica identità che condivide stessi valori, fiducia e traguardi comuni.

In sintesi: nessuno parte davvero dalla panchina, siete tutti importantissimi.

L’invito è dare il massimo per meritare minuti aggiuntivi, sempre nel rispetto della regola del ‘plurale’.

Insieme, facciamo di tutto per migliorare noi stessi.

Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi atleti riguardo al rispetto degli arbitri e degli avversari?

Sia nella vita che in campo sono una persona che concede e pretende rispetto: parto da questo presupposto in ogni situazione, come uomo e come coach.

Per questo non ho mai considerato come ‘nemici’ gli arbitri né, tantomeno, gli avversari.

Una partita senza arbitri non potrebbe essere giocata; ricordo perfettamente che, da giocatore negli anni ’90, capitava di aspettarli in campo con ansia quando erano in ritardo, sperando arrivassero pur di poter disputare una partita vera.

L’arbitro è una figura fondamentale nel nostro sport, come in ogni competizione. Ho relazioni amichevoli con tutta la categoria.

Questo cerco di trasmettere ai miei giocatori, esortandoli a pensare alla partita e non a decisioni discutibili, che eventualmente verranno discusse esclusivamente da me, di solito in maniera serena.

Per quanto riguarda gli avversari, ancor di più, cerco di instillare rispetto nei confronti di ragazzi di pari età che hanno stesse ambizioni, stessa voglia di vincere, ma soprattutto stessa passione.

Bisogna rispettare chi si ha di fronte anche perché il mondo del basket è piccolo: oggi siamo rivali, ma domani potremmo essere compagni di squadra.

Tutto questo, naturalmente, senza perdere di vista la sana competitività: ai miei atleti chiedo massimo rispetto per l’avversario, ma anche il massimo sforzo fisico, tecnico e tattico per batterlo.

ELVIS SINANAJ - ALLENATORE UNDER 15 / ASSISTENTE SERIE C e UNDER 13

Cosa non deve mai mancare nel carattere di un tuo giocatore?

Quello che non deve mai mancare è la voglia di venire in palestra ogni giorno con l’entusiasmo di mettersi al lavoro.

Questa spinta è il motore che permette di affrontare l’impegno con il sorriso, trasformando la fatica in un’opportunità per superare i propri limiti.

Il giocatore ideale è chi vuole migliorarsi sempre e cerca quel sano spirito di competizione che serve per alzare il livello.

In tutto questo, l’errore non deve far paura: è una parte fondamentale per crescere, sia personalmente che come squadra.

Qual è il consiglio che avresti voluto ricevere tu quando hai iniziato ad allenare?

Il consiglio che avrei voluto ricevere è quello di avere sempre fiducia e di non demoralizzarsi mai dopo un errore.

Di sbagli se ne commettono, e anche parecchi, ma ogni partita e ogni singolo allenamento rappresentano un’opportunità preziosa per imparare e per crescere.

Oltre a questo, avrei voluto capire subito l’importanza di gestire meglio le mie emozioni, specialmente i momenti di nervosismo.

Riuscire a controllare questi stati d’animo è fondamentale per aiutare i ragazzi nel modo migliore, trasmettendo loro la giusta serenità durante il loro percorso di crescita.

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